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UZAK

Roberto Schinardi, la Manica Tagliata (Italy), 06/07/2004


Finalmente nelle sale lo splendido film Uzak, del turco Ceylan. Pubblichiamo l'articolo di Roberto Schinardi da gay.it .

Il cinema turco non è solo Ozpetek. Un conterraneo del nostro amato Ferzan, Nuri Bilge Ceylan, ha realizzato 'Uzak' (Lontano), il suo terzo film che finalmente approda in Italia dopo i successi di Cannes 2003, ossia il Gran Premio della Giuria e la doppia Palma d'Oro agli attori Muzaffer Ozdemir e Mehemet Emin Toprak (quest'ultimo, che nel film intepreta il ruolo dello sfortunato Yusuf, è morto in un incidente d'auto dopo aver saputo della sua vittoria sulla Croisette).

Non fatevelo sfuggire, perché è uno dei migliori della stagione e, come si sa, l'estate italiana è per consuetudine molto avara in fatto di pellicole memorabili. Ceylan, infatti, realizza un gioiello minimalista sul tema della solitudine con uno stile estremamente elegante, debitore del cinema nato nella prestigiosa scuola internazionale VGIK di Mosca (Tarkovskij e Habchi, tanto per intenderci).

Un fotografo di Istanbul, Mahmut, ospita un cugino disoccupato, Yusuf, ma la convivenza non è affatto facile: il primo è riservato, ordinato, di poche parole; il secondo non sa che cosa fare della propria vita, è ciarliero, disordinato. Mahmut è addolorato dalla separazione della moglie e a causa di un aborto, Yusuf è affascinato dalle donne ma non riesce nemmeno ad avvicinarle. I due non si parlano quasi mai anche se Yusuf tenta di comunicare in vari modi e vaga per la città alla ricerca (infruttuosa) di un lavoro.

Mahmut si irrita perché il cugino ha lasciato dei mozziconi di sigaretta su un tappeto. Cogliendo l'essenza di due vite ordinarie ma non banali, Ceylan tratteggia con l'abilità cesellatrice di un attento scultore e uno sguardo analiticamente pittorico due esistenze che si sfiorano e imparano ad attraversarsi solo attraverso il ricordo.

Le immagini, impreziosite da una elaborata fotografia che esalta i toni scuri, sono bellissime e inedite: Istanbul coperta dalla neve, che si rianima di ragazzi vocianti nei parchi e nei giardini; il porto sonnacchioso in cui spunta una nave rovesciata su un fianco; gli anonimi pub affollati che potrebbero essere in una città qualunque.

Senza cadere nella trappola 'film d'essai = lentezza infinita' il regista turco firma un'opera profondamente d'autore dalle parti di Angelopoulos ravvivata però da improvvise sferzate d'ironia: Mahmut fa l'intellettuale guardando 'Stalker' di Tarkovskij ma appena Yusuf va nell'altra stanza mette una cassetta con un film porno lesbo; il palazzo del fotografo è abitato da una strana fauna di gay e donne sole; i due si animano solo quando bisogna discutere della fine di un povero topolino catturato sulla porta della cucina.

E il senso compiuto di tutta la storia sta nel pacchetto di sigarette del finale: chi lascia chi e con cosa, nel mare magnum delle nostre piccole vite? Un gran bel film.